Pubblichiamo un estratto dall'articolo L’agricoltura biologica in Italia. Dai pionieri alle sfide di oggi di  Massimo Ceriani. il testo fa parte dell'interessante Dossier "Economia circolare", del numero 42 - agosto 2020 - della Rivista digitale Altronovecento.

L'articolo raccoglie appunti di ricerca, citazioni e frammenti di intervista, spunti dal seminario "Dove va il biologico?" del 18.01.2020 a Valli Unite, Costa Vescovato (AL)



A - Elementi di scenario


Rappresentazioni del movimento del biologico

Rispetto a una lettura di prospettiva, di un certo interesse è il documento di Ifoam, Biologico 3.0, in cui viene indicata la terza fase del movimento del biologico. Il biologico deve essere molto di più della "semplice etichetta biologica di certificazione. L'obiettivo è di far uscire il biologico dalla nicchia e di farlo diventare popolare".

L'obiettivo globale del Biologico 3.0 ( http://www.ifoam.bio/en/organic-landmarks/principles-organic-agriculture) è di consentire un'adozione diffusa di sistemi agricoli e mercati realmente sostenibili, basati sui principi dell'agricoltura biologica e permeati da una cultura dell'innovazione, del progressivo miglioramento verso pratiche migliori, dell'integrità e trasparenza, della collaborazione inclusiva, dei sistemi olistici e della determinazione dei prezzi basata su costi reali.

Mentre il Biologico 2.0 si è focalizzato sulla definizione di requisiti minimi e riferimenti al metodo biologico di coltivazione sui prodotti, il Biologico 3.0 mette in primo piano l'impatto del sistema agricolo. Gli approcci e i risultati del Biologico 1.0 e del Biologico 2.0 non sono abbandonati; sono invece integrati da nuovi aspetti inseriti nel paradigma e nel riposizionamento del movimento del biologico.

Nel 2019 al SANA di Bologna 2019 - Un'agricoltura attiva per affrontare le sfide ambientali - gli "Stati Generali del bio" - l'evento dedicato interamente al biologico italiano, tra sfide presenti e opportunità future, promosso da BolognaFiere in collaborazione con FederBio e AssoBio - hanno portato alla presentazione del " Manifesto Bio 2030", frutto del confronto delle istituzioni e associazioni coinvolte. Tra i promotori ci sono: Alleanza Cooperative Italiane - Agroalimentare; ASSOBIO; Associazione per l'Agricoltura Biodinamica; CIA - Agricoltori Italiani; COLDIRETTI; FEDERBIO; WWF Italia; Aboca; Conad; Coop Italia; Fondazione Fico; Ifoam Europa; Ismea; Naturasì; Pro-Bio …

Nei suoi 10 punti si rintracciano le prospettive delineate dal biologico 3.0 caratterizzando la valenza delle implicazioni del modello agro ecologico, e di un approccio sistemico e "locale/solidale", e auspicando la necessità di innovare e sperimentare l' agricoltura di precisione, con i big data, i droni, i plantoidi, la genetica delle sementi, come aspetti di una tecnica in grado di risolvere i problemi dell'agricoltura convenzionale, il consumo di acqua, la produttività, ecc. E' un documento di intenti che va preso seriamente e rispetto al quale, probabilmente, è aperta una contesa tra diversi attori che potranno prendere diverse direzioni di marcia e con i quali verificare possibili alleanze.

E' una sfida che viene posta dall'agricoltura di precisione e dalle innovazioni della GDO e delle piattaforme digitali; siamo di fronte, in questi anni, a una divaricazione di visioni e di prospettive [1] tra quella tecnologica, ipertecnologica ( dall'agricoltura di Precisione all'agricoltura 4.0: dall'introduzione di sensori,Internet of things, droni, strumenti che permettono la mappatura di campo, allo sviluppo dell'Internet of Farming con l'integrazione dell'intera filiera grazie alla possibilità di raccogliere dati e di scambiarli con tutti gli attori della produzione e con la possibilità di introdurre nuove forme di controllo e di monitoraggio, ai selfdriving tractor, o per certi aspetti ai bio robot come il Plantoide), in grado, si sostiene, di risolvere il passaggio epocale della crisi attraverso soluzioni di efficienza, di nuovi modelli di business e quella "agroecologica" basata su salute, ecologia, giustizia e cura del mondo.

L'agro-ecologia in Italia è strettamente connessa allo sviluppo dell'agricoltura biologica e richiede, implica un approccio integrato, basato sullo sviluppo locale [2] e sul coinvolgimento dei diversi attori verso obiettivi comuni: migliorare la qualità di vita e di lavoro della popolazione locale, incrementare la qualità delle produzioni agroalimentari e zootecniche locali tipiche, garantire ai consumatori sicurezza, tracciabilità e salute degli alimenti, salvaguardare e valorizzare la biodiversità, il paesaggio e le risorse naturali.

Una delle poste in gioco nelle agricolture agro-ecologiche è la ricostruzione dei beni comuni, riportando in primo piano la natura e l'empowerment delle comunità locali, la collaborazione / cooperazione [3].

Il movimento eco solidale: le direzioni di nuove economie alternative

Quali sono le tendenze nel movimento eco solidale, quali visioni e prospettive stanno modificando le pratiche sociali?

La ricerca nazionale sui Gas, Gruppi di acquisto solidali, delineava il soggetto costitutivo: i cittadini critici, costruttori di spazi partecipativi; la forma organizzativa: i laboratori auto-educanti di cittadinanza attiva, alternativi a un sistema economico percepito come non sostenibile; indicava l'indirizzo generale: promuovere reti territoriali, e una nuova classe di costruttori, per lo sviluppo locale e nuovi sistemi di mutualismo capaci di bilanciare pratiche di autogestione sociale e pratiche di lotta rivendicative [4].

In questi ultimi anni sono emerse valutazioni critiche e si è registrata una caduta di vitalità del movimento: "I gas hanno esaurito la loro spinta propulsiva, non si sono evoluti da una logica di acquisto a una logica di trasformazione sociale; c'è un arretramento … Stanno diventando degli acquistifici. Erano un grande fenomeno di partecipazione…" [5].

E in un dibattito che ha coinvolto diverse persone e responsabili delle RES [6] sulla centralità di creare istituzioni di altra economia: "Dopo oltre vent'anni, per lo più spesi per sviluppare nei diversi territori tante e diverse buone pratiche di economia solidale, abbiamo sviluppato la consapevolezza che questo variegato arcipelago di iniziative potrà dar vita ad un sistema socioeconomico diverso solo se saprà creare comunità. […] prefigurare la costituzione di nuove imprese sociali di filiera, che vedano compresenti i consumatori, i produttori e i fornitori di servizi che hanno partecipato al percorso di garanzie condivise".

Sottotraccia, nel movimento ecosol e nelle esperienze di costruzione di reti collaborative e di forme di comunità, si possono individuare sia la ricerca di un maggior "ethos cooperativo" sia tentazioni di chiusura di DES e GAS all'interno delle proprie "rocca-forti/deboli".

Quando ci si muove in direzione di nuove economie alternative un punto del contendere è lo stare nella dimensione e nelle forme conflittuali, il combattere il mercato, ovvero muoversi per trasformare, "moralizzare" il mercato.

In questo ultimo caso la dimensione della cooperazione va ricercata nell' economia civile, laddove "l'economia è vita civile … l'economia e la vita sociale sono intrecciate profondamente tra di loro". Anziché antagonismo e polarità di civismo da una parte e mercato dall'altra, l'economia civile mette in campo un percorso di riavvicinamento e integrazione e passa attraverso la costruzione di un'impresa a movente ideale allargata e attiva all'interno di reti locali, volte a coinvolgere progressivamente una pluralità di attori e interlocutori e a ridisegnare il modo in cui dare risposte ai bisogni delle comunità locali [7].

Raccogliamo come importanti prospettive di lavoro e per cambiare l'immaginario le recenti iniziative di costituzione della RIES e l'incontro del 9 novembre 2019 a Roma in cui si sono ritrovate oltre 100 realtà per preparare la partecipazione italiana al Forum Mondiale delleEconomie Trasformative  [8] di Barcellona del prossimo giugno con l'obiettivo centrale di costruire insieme una "Agenda 2030" di azioni e politiche per cambiare l'economia, per "contrastare il paradigma 'estrattivo' dell'economia, ricollocando al centro le comunità, i territori, i diritti e i desideri del fare e del condividere quotidiano" [9].



B - Idee e percorsi in campo …

Gli esempi che abbiamo ripreso dalle interviste e gli interventi di molti protagonisti nel corso del seminario Dove va il biologico? del 18 gennaio 2020 a Valli Unite li abbiamo qui raccolti per evidenziare, nel percorso storico del biologico italiano, alcuni elementi cruciali, scelte che poggiano su cambi di paradigma, visioni che spostano le priorità e le strategie dei "pionieri".

In particolare vogliamo sottolineare due temi che sono stati messi all'attenzione del confronto.

1. Il tema della certificazione come scelta di distinzione e di comunicazione

Sono emerse posizioni assai variegate, legate anche alle diverse caratteristiche delle produzioni di riferimento. Per alcuni bisogna andare oltre la certificazione e magari se ne potrebbe anche fare a meno. Secondo altri la certificazione è un punto fermo che va difeso anche se va spiegato e sviluppato. C'è chi ritiene che vi sia ancora molto da fare anche solo per rispettare le regole della certificazione in particolare per quanto riguarda i semi e, più in generale, le deroghe.

Alessandro Poretti di Valli Unite racconta delle difficoltà della certificazione del vino; dei tentativi di affiancare ai criteri tecnici dei criteri etici e dell'approdo di VinNature a un disciplinare tecnico, secondo un discorso di distinzione sul piano commerciale.

"Dopo la grande delusione della prima certificazione del vino nel 2012 la tendenza è di peggiorala ancora, si va in direzione opposta a quella che è la nostra concezione del biologico nella vinificazione. Con Vin Nature siamo arrivati a formulare un disciplinare che tratta solo gli aspetti tecnici. Si tratta di un discorso puramente commerciale per differenziarsi attraverso un marchio dal produttore anche biologico. Nel biologico è difficile trovare una certificazione che vada bene per tutti i territori/climi. L'attuale certificazione crea malcontento e si cerca quindi di differenziarsi con ulteriori marchi come Vin Nature che sono fatti per il mercato. Critical Wine voleva essere qualcosa di diverso ma è crollata con la morte dei fondatori . Agli inizi del 2000 prima della certificazione si era cercato tra produttori di affiancare ai criteri tecnici dei criteri etici come il numero di ettari, il numero di persone che lavorano in vigna e in cantina, i prodotti acquistati come rame, zolfo,ecc. attraverso una carta di intenti che raggruppava un piccolo gruppo di produttori vignaiuoli eretici ma non siamo riusciti a rimanere coesi".

Per Giovanni Girolomoni "La certificazione è un prerequisito. Il nostro slogan è oltre il biologico".

E' una posizione molto articolata che riconduce alla centralità della costruzione di filiere e di patti per lo sviluppo locale. Costruire connessioni tra i soggetti di filiera e fare comunicazione sono le priorità.

"Non abbiamo mai voluto parlare di vero bio, falso bio o più bio meno bio perché è molto pericoloso. La certificazione ha i suoi limiti ma sappiamo cosa voleva dire quando non c'era e ci sequestravano i prodotti. Per noi andare oltre vuol dire tenere quei valori di cui il bio delle origini era portatore; i rapporti equo solidali nelle filiere sono fondamentali. Non basta fare filiera, è fondamentale il tema del prezzo così come quello dell'ecologia. Non si tratta di fare certificazioni più avanzate perché verrebbero svuotate dei contenuti che non si possono formalizzare . Bisogna evitare che la comunicazione del biologico venga monopolizzata da chi fa quattro spot in televisione".

Walter Meles è molto critico sui disciplinari (e le pratiche burocratiche) e, soprattutto, sui risultati intrinseci alla certificazione: "La fogliolina non mi ha cambiato niente, continuo a vendere tanto quanto prima. Abbiamo considerato la certificazione come meta e non come conseguenza di quello che facciamo. Le aziende biologiche possono essere un deserto ambientale… Andiamo a vedere cosa il bio pesa in termini ambientali e non accontentiamoci di quanto raggiunto. Cosa possiamo fare per ridurre il nostro impatto. Recuperiamo il nostro ruolo di custodi del territorio! Così avremo qualcosa di più da raccontare … Io vorrei dare più contenuti alla fogliolina. Qualcuno diceva che senza la fogliolina arrivano i barbari, ma i barbari sono già arrivati anche con la fogliolina. Noi dobbiamo inserire tanti di quegli elementi di complicazione ambientale per cui chi fa le grandi produzioni non ci riesce. Dobbiamo dare loro dei problemi che siano a favore dell'ambiente. Se invece noi ci accontentiamo di appiccicare la fogliolina verde - io l'ho fatto solo perché me l'ha chiesto Bio c' Bon che pure non ce l'aveva - l'ho fatto ma mi sono comportato nello stesso modo in cui mi comportavo prima, anzi mi ha aumentato il carico burocratico perché ho una persona dedicata solo a questo. Ribadisco, dobbiamo aggiungere elementi di complicazione ambientale ed etica alla GD. Altrimenti se ci accodiamo ci limitiamo a sopravvivere".

Su questa linea di attenzione all'ambiente, di centralità del climate change e della sostenibilità ambientale, Lorenzo Peris di IFOAM Flo-Cert sottolinea che "bisogna trovare degli elementi di distinzione in questo senso che riguardino l'agricoltura bio e che possano passare ovunque. E' fondamentale l'impronta carbonio e che nel PSR ci sia la misurazione della sequestrazione del carbonio e il suo riconoscimento. Dobbiamo cominciare a farlo noi del biologico e si possono dare dei premi a chi dà un contributo in questo senso. Una volta stabilito un punto di partenza che è necessariamente diverso per i diversi territori si può misurare in che direzione ci si muove. Bisogna partire dai dei miglioramenti misurabili su delle filiere controllate".

Emanuele Mussa dell'azienda risicola la Garlanda: " Siamo un'azienda medio-piccola di circa 120 ha e una volta messo a punto il nostro metodo di coltivazione negli ultimi anni abbiamo lavorato tantissimo nella rinaturalizzazione. Per chiudere la filiera abbiamo fatto una piccola riseria (10 q.li/ora) e dal seme al confezionamento facciamo tutto all'interno. Per il seme abbiamo costituito una piccola azienda sementiera che commercializza varietà di riso antiche; otto sono registrate e certificate biologiche. Siamo gli unici sementieri di riso bio, tutti gli altri coltivatori vanno in deroga. Gli agricoltori debbono tornare ad essere proprietari dei semi e a autoriprodurli come si è sempre fatto mettendo da parte il seme e magari selezionandolo. Quando gli altri agricoltori hanno visto che il nostro metodo funziona hanno cominciato a chiederci e a visitarci per capire cosa stessimo facendo. Adesso nel nostro paese ci sono 800 ha coltivati come i nostri. Il problema è che gli altri agricoltori ci hanno seguiti nella sola tecnica produttiva e non nella ricostruzione dell'ambiente. Da qui è nata l'idea di creare Polyculturae che ci consentisse di incidere anche su questi aspetti. L'associazione riunisce tutti quelli che già fanno agricoltura biodinamica, rigenerativa, biologica e che vogliono incrementare la loro agrobiodiversità.

Con il marchio Biodiversitas, gratuito e senza royalty, spendibile commercialmente, valutiamo non il prodotto ma l'azienda nella sua interezza. Ci sono otto indicatori da misurare per la certificazione, uno riguarda l'aspetto 'fitobiologico' messo a punto dal prof. Taffetani; questo è quello che ha il maggior peso, poi ce ne sono altri sette che riguardano aspetti come la presenza di varietà antiche.

Sono d'accordo con Fattori della Coop Montebello - prosegue Mussa, le aziende devono professionalizzarsi in tutti i sensi. Non basta più produrre bene bisogna anche essere capaci di dare dei servizi ecosistemici. Le aziende devono essere capaci di promuovere anche il proprio ambiente e tutto questo è traducibile in termini economici".


2. Il secondo tema, che sta nella cornice del biologico delle origini, quindi si presenta in termini di continuità, è la questione delle motivazioni, delle alleanze e della disposizione collaborativa [10].

E' il riportarsi alla cultura, alla dimensione 'morale' che tiene dentro, anche più di prima, aspetti di giustizia sociale e di salvaguardia della casa comune, di ricerca di collaborazioni e di strade per la sostenibilità economica.

Sulla visione, l'orizzonte 'morale' entro il quale muoversi, ci sembrano importanti gli interventi di Franco Zecchinato e di Armando Mariano, primo presidente di Aiab e oggi lucido novantenne.

Zecchinato sostiene una tesi che possiamo così formulare: tenere insieme, conciliare, mettere in tensione sostenibilità economica, tecnica e riferimento ai valori culturali, ossia quel biologico legato ai valori del Movimento: l'ecologia, l'etica, la salute.

Ne riportiamo alcune frasi.

" Alle origini del movimento biologico ci si ritrovava spesso non come adesso. Erano anni di grandi ideali, allora abbiamo espresso la voglia di cambiare in agricoltura, negli stili di vita. E' fin troppo facile oggi arrivare a dire che bisogna recuperare quel complesso valoriale e di metterli in pista in un contesto che è cambiato. La riflessione che sono stato costretto a fare nel corso dell'intervista che Ceriani e Canale mi hanno fatto è stata molto utile. Io come altri ho attraversato queste vicende tenendo i piedi in due staffe. Uno era l'aspetto politico culturale. L'altro era la voglia di realizzare concretamente queste cose anche in termini economici, della sostenibilità dei processi e delle filiere per dimostrare che non si trattava solo di ideologia ma si stavano anche realizzando dei modelli.

E' stato un percorso di grandi positività, di grandi entusiasmi, di grandi avventure che non va archiviato come un fatto nostalgico ma che invece dovrebbe aiutarci a superare questi anni di incertezza.

Noi dobbiamo riorientare il nostro lavoro verso altre strade. Però vedo che negli operatori nuovi, qualunque essi siano, il fatto di non aver accesso ai valori culturali che sono alla base del movimento biologico, fa la differenza".

Anche Mariano riflette sulla stessa lunghezza d'onda: "Ai miei tempi consideravamo il biologico un metodo di coltivazione. Però insieme a questa parte tecnica c'era tutta un'anima del biologico che si accompagnava a questa tecnica diversa di coltivare. Erano i valori che stavano sotto il biologico e cioè un discorso che si allargava anche alla politica.

Erano due aspetti collegati, oggi mi sembra che ci sia stata una divaricazione. Bisognerebbe cercare di riunire di nuovo queste due cose o meglio informare di più quelli che entrano nel mondo biologico e renderli più responsabili su questi temi".

Questa continuità si manifesta nel percorso irto di contraddizioni e di difficoltà del tema del comunitario e nello stesso tempo della disposizione collaborativa, della ricerca delle connessioni ( v. economia civile - Thompson e Sennett ) anche evitando che diventino mitologie comunitarie …

"Il tema di cui parliamo - ci dice Giovanni Girolomoni - è quello della cooperazione e della costruzione delle filiere. Il tema della costruzione delle filiere che era rimasto un po' in ombra nella logica della certificazione è tornato ad essere centrale per noi. Il pericolo è che diventi solo un termine di marketing; non c'è un solo produttore industriale che non usi la parola filiera. Rischia di diventare solo un'espressione strumentale. Per fare filiere vere gli agricoltori debbono avere un ruolo centrale.

Biologico e filiera devono andare di pari passo. Gli agricoltori devono essere protagonisti nella filiera ma per fare questo devono aumentare di peso attraverso la cooperazione ma anche le OP. Per certi prodotti come il grano anche il bio è diventato una commodity trattata nelle borse merci dove il peso degli agricoltori è sempre più marginale se non si associano in filiere. Ma fare rete e cooperare è solo una precondizione per aumentare il peso contrattuale. Quando i numeri sono grandi, come i nostri 20.000 ha, bisogna professionalizzare, programmare, fornire servizi, supporti, sementi, assistenza tecnica, formazione, sperimentazione… Stanno entrando produttori convenzionali, anche molto bravi che vivono di agricoltura, per cui il bio è l'ultima spiaggia. Il loro è solo un approccio economico, manca l'aspetto culturale, allora è necessario fare formazione, cultura . Piccolo non è sempre bello va commisurato al contesto produttivo e al settore. bisogna capire il contesto, è necessario mettersi insieme per evitare la frammentazione. Bisogna costruire dal basso filiere dove gli agricoltori siano protagonisti" [11].

La costruzione di filiere e di iniziative di questo tipo hanno a che fare con la capacità delle comunità di favorire "ecosistemi sociali ed economici" favorevoli alla nascita e promozione di attività in grado di ricombinare risorse differenti, incrociare bisogni e desideri emergenti, fare alleanze. Le condizioni basilari riguardano la definizione di elementi di policies che stimolino ecosistemi favorevoli all'innovazione e inclusivi e la necessità di ripensare l'uso delle tecnologie e del digitale in maniera funzionale alle aziende e al contesto locale e non solo per aumentare il potenziale mercato.

Sono questioni complicate che implicano da una parte la capacità di rappresentare in maniera complessa il territorio definendone la vocazione, la forza di rilanciare dispositivi di mediazione sociale che metabolizzino i flussi lunghi (informativi, economici, umani) che attraversano i luoghi e dall'altra la gestione dell'innovazione tecnologica, il guardare in faccia le tecnologie e la digitalizzazione [12].

Nei contesti di innovazione civica che operano secondo pratiche collaborative, di ricerca di nuove modalità di intermediazione - dopo qualche decennio di lodi alla disintermediazione - in un'inedita ottica di produzione di valore condiviso con la propria comunità e che rendono i luoghi capaci di realizzare sperimentazioni evolutive si devono affrontare contemporaneamente scelte di innovazione tecnologica e di superamento del difficile rapporto tra ecologia e tecnica come si è manifestato nel Novecento e come si presenta oggi nelle sue più dure implicazioni

Potremmo riferirci ad esperienze che attraverso la costruzione di filiere locali, l'innovazione tecnologia e l'uso della comunicazione digitale hanno affrontato e rilanciato le tematiche dello sviluppo locale, il lavoro e l'impresa, come vengono riportate nel testo Ecosistemi digitali. Trasformazioni sociali e rivoluzione tecnologica, a cura di Andrea Califano.

Nel nostro caso - la ricerca e il seminario a Valli Unite - il tema è stato sfiorato; merita certamente riportare, qui di seguito, le sperimentazioni e alcune scelte del Consorzio Conmarchebio, nell'attesa di mettere all'ordine del giorno in un prossimo seminario il tema del rapporto con l'innovazione e la tecnica.


NOTE

1 - Ipertecnologia e agroecologia si presentano come due mondi, due visioni alternative. Nei processi di cambiamento, di lunga durata, si trovano ibridazioni e forme tecno organizzative mutevoli, conflitti e alleanze che portano a risultati imprevisti, discontinuità che accelerano o frenano certe evoluzioni.

Puntare su alcune condizioni, riconoscere il valore della storia, scommettere su innovazioni sociali e tecniche….

2 - P.P Poggio, La crisi ecologica, pg.130 134 - 136.

3 - Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio, 2006; Ricoveri, Beni comuni vs Merci, Milano, Jaca Book, 2010.

Borzaga in Le conseguenze del futuro. Comunità, Nuove società, nuove economie , Feltrinelli, 2019.

4 - T avolo Res, Un'economia nuova, dai Gas alla zeta, Altreconomia, 2013.

5 - "E' un mercato diverso, è un Fuori Mercato". Gigi Malabarba (RiMaflow), Vincenzo Vasciaveo (Desr Parco agricolo sud Milano), Trezzano sul Naviglio, 23 maggio 2017.

6 - Tavolo RES del 27 febbraio 2016 a Bergamo. V. anche il dibattito recente …

7 - Luigino Bruni, Le prime radici. La via italiana alla cooperazione e al mercato, Il Margine, 2012.

Vedi anche Di Iacovo, Fonte e Galasso, Agricoltura civica e filiera corta, paper 2014.

8 - Per un'economia trasformativa di Riccardo Troisi, aprile 2018.

Il concetto ancora "aperto" di economia trasformativa: nella concreta realizzazione di ogni esperienza e attività, indica una strategia di transizione sistemica, per promuovere forme e strutture di sviluppo locale, alternative alla struttura economica dominante e ben diverse da essa. Questa prospettiva si può realizzare attraverso la creazione o il potenziamento di reti o distretti che mettono in relazione sinergica attività, imprese e iniziative (forme di economia sociale, solidale, collaborativa, circolare, di transizione, ecc.), che operano in ambito socioeconomico, sono essenziali per soddisfare le necessità della vita quotidiana, ma che ormai profilano forme complesse e strutturate di convivenza sociale.

Per una lettura critica delle proposte di comunità, si veda, Frederic Lordon, E la Zad salverà il mondo …. In Le Monde diplomatique, Il Manifesto, ottobre 2019.

9 - Si veda la ricerca " Economia trasformativa: opportunità e sfide dell'economia sociale e solidale in Europa e nel mondo " nell'ambito del progetto " Social & solidarity economy as development approach for sustainability (Ssedas) in Eyd 2015 and beyond ", iniziativa sostenuta dall'Unione europea, coordinata in Italia dall'ong Cospe in collaborazione con l'associazione Fairwatch.

10 - Nota - Con il virus cosa sta cambiando?

  1. Si ritornerà come prima ...

Il virus ha fatto riapparire in tutta l a sua drammaticità proprio la condizione delle "vita nuda", condizione che non riguarda più solo chi era stato messo ai margini dalle accelerazioni della globalizzazione, ma riguarda tutti.

Ha "generato" una contraddizione estrema, perché comprime drasticamente i legami di socialità ma porta a riscoprire il valore del mettersi in comune, di mettere al centro il tema della "comunità di destino", che significa saper riconoscersi nello spaesamento e nella sofferenza dell'altro.

Il virus genererà apertura o rinserramento, produrrà solidarietà o rabbia rancorosa, produrrà comunità o solitudine, nuova energia o isolamento. O anche, dopo un po' di tempo, si annebbieranno le tensioni del "cambiamento" e si ritornerà come prima … Queste due righe per indicare lo scenario di qualche idea e orizzonte che ci contiene e che può influenzare le pratiche di cittadini, agricoltori, sommersi e salvati, di istituzioni.

  1. Quali spazi per dispositivi di collaborazione

Basta la voglia di comunità? oltre al vaccino occorre produrre anticorpi sociali che si mettono in mezzo producendo inclusione. Nuovi dispositivi di collaborazione

Di un certo interesse sono le proposte del "Pro memoria per il dopo" del Forum disuguaglianze di Luciano Barca. Sono indicati alcuni ambiti prioritari: … azioni di solidarietà all'interno delle comunità territoriali e a livello nazionale; forme di auto-organizzazione e mutualismo; visibilità pubblica dei lavoratori e delle lavoratrici "essenziali"; emersione nelle nostre preferenze di "ciò che davvero vogliamo"; impegno delle organizzazioni di cittadinanza attiva per affiancare i più vulnerabili e propugnare idee; creatività imprenditoriale.

11 - Nel seminario del 18 gennaio 2020 sul tema Alberto Berton ha presentato questa posizione: " Nel biologico si è sempre cercato di costruire un altro mercato. La storia del biologico è una storia della costruzione di altri mercati. Il piccolo è bello ha funzionato per parecchi decenni, se adesso entrano in campo i big è perché si è costruito dal piccolo qualcosa che ha funzionato . Sia a livello produttivo che distributivo si è potuti crescere attraverso un'aggregazione. Non è necessario che la singola unità produttiva/distributiva diventi sempre più grande. Non si è cercato di uscire dal mercato, come alcuni approcci anche recenti, ma si è cercato di costruire un altro mercato dove il problema non è fare profitti sul capitale investito ma portare a casa un reddito. Questa economia funziona più di quella 'grande' ".

12 - Come tutte le tecnologie, la digitalizzazione non è né buona né cattiva. Dipende dall'uso che e ne fa. O più esttamente dall'elaborazione culturale politica che di essa viene fatta.

Mauro Magatti in Fondazione Feltrinelli Ricerca, 10 idee per convivere con il lavoro che cambia, 2017 (p. 15 - 22).



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