La Val di Non ( con la Val di Sole ) è nota per la sua monocultura intensiva specializzata nella produzione di mele, cosi come è famoso il consorzio Melinda che dal 1989 riunisce 16 cooperative della zona e produce il 20% delle mele italiane. La mela Golden Delicious ne è il prodotto più rilevante e conosciuto. Si tratta di una mela delicata che richiede pesanti trattamenti per garantire la qualità richiesta dal mercato. Dunque siamo in un territorio dove i problemi legati all’impiego dei pesticidi sono più evidenti e dove altrettanto evidente dovrebbe essere la necessità di sviluppare forme ecologiche di agricoltura come il biologico.
Della storia del biologico nella valle abbiamo parlato con Patrizia Sarcletti che ha avuto un ruolo importante nelle iniziative che hanno cercato di affrontare questi problemi. Quello che emerge dal suo racconto è l’estrema difficoltà di mettere in discussione l’agricoltura industriale e le sue pratiche, specie in un caso di successo commerciale come questo.
Quelle vicende sembrano mostrare come, contrariamente a quanto si lamenta spesso, non sia vero che i cittadini sono poco interessati a conoscere il mondo agricolo. Invece sembrano essere proprio gli agricoltori che non vogliono che si sappiano troppe cose su come realmente si svolge il loro lavoro, e preferiscono che se ne conosca solo l’immagine idealizzata della pubblicità.
Non bisogna però dimenticare che perfino all’interno della Commissione Cos’è Biologico, agli inizi degli anni ‘80, una delle più accese discussioni avvenne proprio su come affrontare la carpocapsa delle mele. Alcuni sostenevano che non era possibile fare a meno dell’insetticida Dimilin e solo alla fine si decise di non ammettere alcun prodotto chimico di sintesi ( vedi: https://storiedelbio.it/2025/04/13/40-anni-fa-le-norme-italiane-di-agricoltura-biologica/ ).
Del resto è ben difficile pretendere che gli agricoltori mettano in discussione l’approccio convenzionale in favore di una conversione agroecologica, quando anche un’autorevole testata giornalistica come Italiafruit News sostiene che non si dovrebbe vietare l’uso di un certo tipo di molecola, che si intende ritirare dal mercato, se prima non si rende disponibile un altro preparato meno nocivo o quantomeno delle varietà resistenti a quel patogeno (a questo proposito si veda: https://www.italiafruit.net/la-chimica-fitosanitaria-scomparira-e-lortofrutta ), magari ottenute con le nuove tecniche genomiche.
Frutticoltura in Val di Non, pochi progressi verso il biologico, anche nella mentalità
intervista a Patrizia Sarcletti
Ho letto il materiale sull’associazione Terra Vivente che mi hai mandato, ma prima raccontami qualcosa di te.
Sono nata a Bolzano, pochi anni dopo i miei genitori si sono trasferiti in Val di Non, dato che i miei antenati erano appunto di origine “nonesa”, emigrati per lavoro in Germania.
Ricordo che allora in Val di Non c’erano ovunque campi di patate, cereali, foraggi e un paesaggio ancora quasi bucolico. Solo in alcune zone vocate della valle si coltivava già la Renetta del Canada e la Bella di Boskoop, ma si trattava di meleti costituiti da grandi alberi, veri alberi.
In seguito è stata introdotta la nota varietà Golden Delicious e si sono fatti i primi impianti con porta-innesti di media o debole vigoria, più idonei a quella frutticoltura intensiva che poi nel tempo ha caratterizzato e resa famosa la “Valle della Melinda “, causando però gravi problemi di inquinamento da pesticidi, con un pesante impatto anche dal punto di vista paesaggistico. La Golden Delicious è infatti una delle mele più delicate in assoluto. E’ difficile portarla a maturazione senza neanche un puntino di ticchiolatura e, quando alla raccolta si fa la selezione delle mele, che devono avere anche un certo calibro, non deve avere neanche un piccolo difetto e questo comporta dover intervenire con molti trattamenti antiparassitari, anche 25-30 e oltre in un anno. La maggior parte delle varietà antiche invece come ad es. la Renetta del Canada, la Bella di Boskoop, o anche la Rosa di Sarnonico, la Calvilla e via dicendo, sono resistenti alla ticchiolatura, anche se a volte hanno altri difetti di maturazione o di conservazione. Per questo in Val di Non (Ronzone) sono stati avviati progetti per la riscoperta e rivalutazione di antiche varietà, mentre alla Fondazione Mach si cerca invece di creare nuove varietà più resistenti ai parassiti che permetteranno ( si spera ) di ridurre veramente l’inquinamento da pesticidi.
Comunque sicuramente l’espansione della monocoltura intensiva del melo nel luogo dove abitavo ha segnato precocemente il mio futuro destino di ambientalista.
E’ per questo che ti sei iscritta ad Agraria?
Veramente al liceo classico ero appassionata di arte e filosofia e infatti, finita Agraria, mi sono anche dedicata per un certo periodo alla pittura antroposofica. Nel 1976 ero iscritta a Filosofia a Firenze da qualche mese e mi è capitato tra le mani un opuscolo “Lo sfruttamento alimentare” e altre pubblicazioni – forse anche già della Clesav, perché allora frequentavo Milano ( vedi: https://storiedelbio.it/2026/05/28/milano-anni-70-un-vento-nuovo-soffia-a-agraria-e-dintorni/ ) – e mi sono detta: cosa stiamo qui a filosofeggiare quando ci stanno distruggendo il mondo? Quell’anno c’è stato anche il disastro di Seveso. Non devo essere stata l’unica ad avere avuto quel tipo di pensiero. A Firenze infatti quell’anno le iscrizioni ad Agraria sono triplicate, passando da 150 a quasi 500 iscritti, tanto che avevamo anche il problema degli spazi, non c’erano aule.
Com’era Agraria a Firenze allora?
Era una facoltà conservatrice e non si poteva parlare di biologico, ho trovato una grande chiusura e per avere una tesi sul biologico, ho dovuto fare diversi tentativi. Solo al terzo tentativo a sono riuscita a proporre al docente di Frutticoltura una tesi di ricerca sulla coltivazione biologica delle mele, in parte sperimentale, perché qui in valle c’erano alcuni agricoltori che già sperimentavano trattamenti biologici alle mele. Sono anche andata all’estero a cercare altre esperienze di coltivazione biologica del melo, in Svizzera ( Oberswil). Per la mia tesi poi sono stata seguita anche dal direttore della Stazione sperimentale di S.Michele all’Adige, Giuseppe de Stanchina, che aveva già allora una certa sensibilità per le questioni ambientali.
Nel 1982-83, quando stavo finendo l’Università, alla facoltà di Agraria si era costituito un collettivo politico “Amaranthus”, che è il nome di una delle erbacce più resistenti agli erbicidi. Il collettivo si occupava soprattutto dei progetti di sviluppo in Africa con cui la facoltà aveva molti rapporti, di come venivano sfruttati questi paesi, dell’esportazione di un modello di agricoltura che non era adatto per loro. Si parlava di questi argomenti e dei problemi della facoltà, ma anche delle problematiche dell’ utilizzo di pesticidi e diserbanti. Il collettivo ha anche pubblicato alcuni numeri di una rivista dal titolo appunto “Amaranthus” [vedi Amaranthus_1_2_3 nella sezione del Blog DOCUMENTI].
Dopo la laurea cosa hai fatto?
Molti lavori diversi, anche in aziende agricole, ho portato avanti una coltivazione biologica di lamponi che avevo iniziato già negli anni in cui studiavo, ma soprattutto diverse attività di divulgazione del biologico e dell’ecologia domestica in tutto il Trentino, spesso collaborando con il WWF.
In quegli anni ho iniziato a lavorare anche per l’editoria. L’editore Giunti di Firenze, era interessato a pubblicare una collana divulgativa sulla coltivazione biologica e l’unica persona che gli hanno saputo indicare alla Facoltà di Agraria, anche se non si occupava di orti, è stato il mio relatore, Enrico Casini, con il quale abbiamo quindi curato la pubblicazione di alcuni manualetti di una collana tedesca di cui io ho tradotto 2-3 volumi. La signora Giunti mi ha poi espressamente richiesto un libro-calendario dell’orto biologico. Così ho scelto di fare un calendario fenologico ( Il calendario dell’orto biologico, 1989 ) perché seminare i ravanelli in febbraio va bene in Toscana, ma non quassù dove c’è ancora la neve. In seguito ho assunto il ruolo di Direttore di Collana.
Quand’ero ancora all’Università distribuivo presso la Facoltà la rivista “Terra Biodinamica” [ vedi: https://www.terrabiodinamica.it/la-rivista/ ] una delle prime riviste serie di quegli anni. Co-fondata e sviluppata da un mio caro amico, Joerg Wollesen. Eraun ragazzo di Caldaro, che studiava Agraria a Bologna, di lingua tedesca ma sapeva bene anche l’italiano, un tipo molto serio e metodico che ha redatto numerose ed estese biografie del biologico, con l’obiettivo di organizzare tutta la letteratura sul biologico allora esistente in tedesco, inglese, italiano.
Wollesen era un tipo molto intraprendente, penso che si sia presentato lui ad Edagricole [https://terraevita.edagricole.it/economia/edagricole-compie-80-anni-e-guarda-alla-nuova-generazione/ ] con l’idea di fare una collana di agricoltura biologica. Il proprietario di allora, Alberto Perdisa nipote del fondatore,che era un grand’uomo lungimirante, e poi ha lasciato la casa editrice per dedicarsi alla sua azienda agricola, ha accettato e così è nata nel 92-93 una collana di libri molto professionali “Manuali pratici di ECO-agricoltura “ curata da Wollesen, che mi ha coinvolta affidandomi la traduzione di diversi libri dal tedesco
Ho iniziato a lavorare per Edagricole come traduttrice, ma in seguito la casa editrice ha deciso di dar vita anche una collana di libri sul biologico a livello hobbistico e mi ha affidata la cura di questa collana.
Contemporaneamente Edagricole ha iniziato a pubblicare una nuova rivista “La casa sui campi”[ https://www.librinlinea.it/titolo/la-casa-sui-campi-rivista-bimestrale-d/CFI0412202 ] diffusa in Emilia Romagna, Lombardia e poche altre regioni per abbonamento, dove ogni mese pubblicavo un articolo sull’orto biologico e in seguito anche degli articoli per la rubrica “Bio mondo”, che trattava di ecologia domestica e casa ecologica, etc. questo dal ‘92 al ‘98.
Dopo aver fatto tanti articoli per “La casa sui campi”, si è deciso che avrei fatto un libro con Edagricole: “L’ABC dell’orto biologico”. [ https://www.ibs.it/libri/autori/patrizia-sarcletti?srsltid=AfmBOoo04HzBQIGofmigrxsTcCCUr0O6YGep68hU25vQ8znEOWEWhK3N ]
Verso la fine degli anni ‘80 ho iniziato a tenere numerosi corsi e serate di orticoltura biologica in tutto il Trentino. In quegli anni si parlava molto di compostaggio dato che si avvicinava il 2000, termine ultimo, che allora sembrava tassativo, per separare la frazione organica dal resto dei rifiuti. Anche i Comuni cominciavano a interessarsi al compostaggio dei rifiuti e quindi sono stata chiamata dal Comune di Trento per tenere serate informative sul compostaggio domestico in tutte le Circoscrizioni e anche per fornire una consulenza pratica agli utenti che praticavano il compostaggio nel proprio giardino. Quest’attività, grazie anche alla collaborazione con il WWF si è poi estesa ad altri Comuni e Comprensori.
Parliamo di “Terra vivente”, che avete fondato nel 1980. Tu non eri ancora laureata, se non sbaglio…..
In quegli anni si iniziava a comprendere e temere la problematica dei pesticidi e così si è deciso di fondare un’Associazione che aveva, come scritto nello statuto [ vedi:La Terra Vivente_Statuto nella sezione del Blog DOCUMENTI]:
“lo scopo di portare un rinnovamento e un progresso nell’agricoltura delle Valli di Sole e di Non secondo i metodi dell’agricoltura biologica e biodinamica al fine di consentire la tutela dell’equilibrio ecologico e la salvaguardia della salute. L’Associazione intende altresì occuparsi di problemi inerenti l’alimentazione, al fine di divulgare tra la popolazione i principi di un’alimentazione sana e naturale”.
Tra i soci fondatori, oltre a me e mia sorella Gabriella, c’erano tra gli altri il medico Livio Dolzani e Vigilio Pinamonti, poi presidente della cooperativa La Minela.
Così abbiamo cominciato a pubblicare un notiziario per i soci e organizzare serate informative, corsi di cucina naturale, corsi sull’orticoltura. L’obiettivo dei primi anni è stato quello di divulgare una filosofia diversa del cibo e dell’agricoltura. C’erano molte persone interessate perché il problema dei pesticidi cominciava a sentirsi. Dall’altra parte c’erano gli agricoltori che non volevano neanche sentire la parola bio e anche da parte delle autorità c’è stata all’inizio una grande opposizione. L’Associazione faceva prevalentemente divulgazione, invitando anche i personaggi del biologico di quei tempi come Garofalo e Pecchiai o altri pionieri del biologico come Mario Howard, un orticoltore svizzero, che aveva scritto uno dei libri più semplici e utili sull’orto, tra i pochi che c’erano allora in circolazione: “L’orto secondo natura.”
L’offerta di informazione nel campo del biologico era talmente rarefatta che anch’io ero sempre alla ricerca, sono anche andata a sentire Claude Aubert a Villa Era in Piemonte.
Avevate coinvolto anche dei frutticoltori…
Sì, alcuni di questi erano quelli che ho seguito per la mia tesi di laurea. Si era formato un piccolo gruppo di agricoltori che si incontravano regolarmente una volta al mese. Ci si trovava e ci si scambiavano le esperienze, le problematiche. Allora esisteva anche il problema della certificazione, non c’erano ancora normative per la vendita e il controllo dei prodotti di coltivazione biologica. Infine c’era il problema del reperimento dei mezzi tecnici specifici per l’agricoltura biologica, come ad esempio farina di alghe, silicato di sodio, etc.
Nel 1988 sono stata contattata da Raffaello Cattani, direttore delle Aziende Agrarie un’ente pubblico per la fornitura di prodotti e mezzi per l’agricoltura che dipendeva dalla Provincia, che aveva filiali su tutto il territorio. Mi ha proposto di reperire mezzi e prodotti per l’agricoltura biologica e organizzare la vendita in tutte le filiali. Lui era un persona con una grande apertura verso il biologico. Ho contattato molte aziende italiane e estere ed ho organizzato questa vendita di prodotti e mezzi tecnici, dai concimi agli attrezzi particolari come quelli della Ditta Gschwind Svizzera, alle prime attrezzature per il pirodiserbo o i pressazollette. Successivamente abbiamo deciso di estendere la vendita di questi prodotti a livello nazionale, attraverso un piccolo catalogo con il marchio “BIOagri” [vedi: BIOagri presentazione catalogo, nella sezione del Blog DOCUMENT].
A quei tempi l’unico che a livello nazionale aveva in catalogo prodotti simili era Peraga. Il catalogo è uscito nel 1990 e lo abbiamo portato alla fiera di Verona dove avevamo uno stand per pubblicizzarlo.
Com’è andata?
La gente era interessata. Anche a Verona abbiamo avuto successo. Purtroppo nella Filiale principale delle Aziende Agrarie dove arrivavano gli ordini invece c’era un po’ di ostruzionismo, perché nessuno voleva occuparsi della spedizione di tutti questi pacchi.
A quel punto quali sviluppi ci sono stati?
Terra Vivente aveva principalmente una funzione divulgativa e culturale, e quindi non si occupava di produzione [ vedi: La terra vivente_notiziario n°0, nella sezione del Blog DOCUMENTI]. Però l’Associazione ha contribuito al nascere di altre iniziative. Dal gruppo di agricoltori che si riunivano da noi è nata nel 1988 l’Associazione ATABio (Associazione Trentina per l’Agricoltura Biologica e biodinamica) successivamente confluita in F.T. Bio. E’ stata proprio la prima associazione di produttori biologici in Trentino, c’erano anche contadini della Val d’Adige, per esempio, il famoso Loner Roberto di Nave San Rocco, Marco Osti, Alberto Rossi, Margoni Giustino e altri che tuttora gestiscono aziende biologiche.
Poi sono cominciate anche le battaglie politiche per avere una normativa provinciale sull’agricoltura biologica e nel ‘91 è stata approvata una proposta di legge presentata in Provincia da Tonelli (Democrazia Proletaria) e da Franca Berger dei Verdi.
Dall’esperienza di Terra Vivente si è costituita anche la cooperativa di consumo “La Minela”, tuttora attiva.
In seguito, con l’esaurirsi dell’esperienza di Terra Vivente è nata, diversi anni dopo, un’altra iniziativa, il Comitato per il Diritto alla Salute, contro i pesticidi, il quale ha lavorato molto sempre a livello informativo. Si voleva far sapere alle persone più che altro quali erano le conseguenze dell’uso dei pesticidi in Val di Non e come difendersi. (Vedi: https://www.terranuova.it/news/alimentazione-naturale/val-di-non-troppi-pesticidi-per-le-mele )
Il Comitato ha organizzato molte serate informative, soprattutto a seguito di una serie di analisi che sono state finanziate praticamente autotassandosi. Nel 2008 e 2009 il Comitato ha fatto prelevare campioni di polveri in aree private e pubbliche di diversi Comuni, anche sui davanzali delle finestre e al parco giochi. Dalle analisi fatte nei campioni si sono trovati diversi residui di pesticidi e questi risultati sono stati divulgati attraverso la stampa e nelle serate informative.
Il comitato inoltre inviava a tutti i soci una email in cui trascriveva il bollettino settimanale dei trattamenti antiparassitari consigliati dal servizio provinciale, in modo che tutti sapessero che sostanze venivano irrorate in quel momento. L’obiettivo era anche quello di fornire degli strumenti del tipo: cosa fare se uno irrora pesticidi vicino al tuo orto, non rispetta gli orari e le distanze di sicurezza, ecc.
Mi dicevano che gli agricoltori andavano a prelevare tali sostanze senza nemmeno sapere bene che cosa avrebbero irrorato
Sì perché prelevano le miscele pronte dalle vasche dei Consorzi. La divulgazione del bollettino poi ci è stata vietata. Il passo successivo è stato quello, sempre autofinanziandosi, di fare le analisi delle urine a due famiglie con bambini di una zona particolarmente inquinata. Anche nei bambini sono state trovate dosi di residui di pesticidi anche 3 volte più alte del consentito. Dopo questi risultati sono ricominciate le serate divulgative e anche le interrogazioni in Provincia, all’Azienda Sanitaria, ecc. , senza poi ottenere qualche risposta efficace, ma solo intimidazioni.
E’ successo più di 10 anni fa, più o meno nello stesso periodo in cui in Germania era stato denunciato l’uso smodato dei pesticidi in Val Venosta. [ https://www.bioaksxter.com/it/pesticidi-in-val-venosta-come-optare-per-la-gestione-sostenibile-dei-meleti ]
L’Azienda Sanitaria ha voluto contestare le analisi fatte, facendo a sua volta dei prelievi, ma purtroppo in un periodo dell’anno in cui alcuni di questi pesticidi non venivano usati.
Mi pare che una decina di anni fa anche il consorzio Melinda si fosse impegnato sul biologico
Non è facile fare biologico in Val di Non per il problema della deriva dei pesticidi che arrivano a km di distanza. Perciò servono grandi superfici. Quando è stata fatta una grande bonifica dalle parti di Tres, il biologico si era concentrato lì, dove è stata trasformata in meleti intensivi una superficie vastissima di pascoli e boschi, con il vincolo di fare appunto biologico. Poi anche lì una parte è tornata alla coltivazione convenzionale.
Adesso com’è la situazione del biologico?
Adesso sono rimasti diversi agricoltori storici del biologico, aziende che si sono anche ingrandite e che continuano a lavorare bene, come Roberto Loner appunto, Marco Osti e Alberto Rossi in Val di Non, poi ci sono varie altre aziende, che sono nate successivamente, che fanno anche orticoltura e coltivano frutti minori. E poi c’è la Val di Gresta che è diventata famosa appunto per la produzione biologica [ ( https://consorziovaldigresta.it/ ). E’ una piccola zona sopra il lago di Garda particolarmente vocata per gli ortaggi e il Consorzio stesso ha spinto molto per la coltivazione biologica, fornendo anche tutti i prodotti per la difesa, la formazione, la consulenza.
Alla fine qual è stato il percorso del biologico in Trentino?
Partito inizialmente dalla Val di Non e Val d’Adige si è allargato con ATABio e poi c’è stata anche la Val di Gresta, con il Consorzio Ortofrutticolo e la Cooperativa “La Benela” che hanno fatto la loro parte. Sono poi nate anche in altre valli tante piccole aziende molto spesso associate all’agriturismo. C’è stato qualche progetto come “Il Mosaico”, un’associazione che riuniva diverse aziende con produzioni un po’ particolari, in parte anche biologiche e con agriturismo, che puntava a coordinare il loro lavoro, progetto gestito dalla Provincia. Perchè a un certo punto la Provincia ha anche smesso di contrastare il biologico e ha iniziato almeno in parte a sostenerlo, anche mettendo a disposizione un’assistenza tecnica specifica. Però devo dirti che ci sono stati anni di vere lotte ed era difficile dare ai consumatori informazioni sull’inquinamento derivato dalle produzioni agricole, e gli agricoltori e anche i politici si irritavano tanto.
Come vedi il futuro dell’agricoltura nella tua zona e del biologico in particolare?
Secondo me, su vasta scala, non si sono fatti grandi progressi. In Trentino si stanno facendo ancora tanti trattamenti antiparassitari sia sui frutteti che sui vigneti e le aziende bio sono ancora pochissime rispetto alle convenzionali. Alcune cantine puntano sul biologico ma il grosso delle produzioni, sono ancora lontane, anche se hanno migliorato un pochino nella scelta dei pesticidi.
Gli agricoltori in generale non hanno fatto molti progressi soprattutto come mentalità, e almeno in Val di Non, c’è ancora un certo astio verso il biologico.
La frutticoltura sta cambiando un po’ anche dal punto di vista sociale, perchè la terra si sta concentrando nelle mani di pochi. Qui il territorio è estremamente spezzettato, gli appezzamenti sono piccoli, molti li coltivano come secondo lavoro, ma spesso oggi li vendono o li affittano a terzi.
La percezione del biologico da parte del consumatore secondo te è cambiata?
Oggi ci sono in generale molte più persone consapevoli che acquistano “biologico” e c’è una grande offerta di alimenti bio anche nelle grandi catene commerciali. Tuttavia la certificazione di un prodotto bio secondo me rimane sempre un punto critico. Mentre un tempo chi intraprendeva la via del biologico lo faceva quasi sempre come scelta di vita, con convinzione e una certa filosofia e visione della natura e dell’ambiente, oggi ci sono aziende che producono bio più che altro per convenienza economica.
Alla fine il consumatore cerca di fidarsi comunque del marchio biologico, anche se magari il prodotto non sempre viene coltivato come uno immagina o vorrebbe. Una volta la cooperativa la Minela accettava e vendeva anche prodotti di agricoltori locali ben conosciuti e affidabili che producevano veramente bio, ma non erano certificati. Oggi questo non è più possibile ed è un peccato, anche se forse si può aggirare il problema attraverso i gruppi di acquisto o la vendita diretta in azienda che valorizzano maggiormente il rapporto di fiducia con l’agricoltore.
Patrizia Sarcletti: laureata in Scienze agrarie e insegnante, si occupa da oltre quarant’anni di agricoltura biologica e sostenibilità in vari settori. Ha collaborato con il WWF Trentino a progetti di educazione/divulgazione su temi come la prevenzione dei rifiuti, il compostaggio, l’ecologia domestica e il miglioramento dell’ambiente urbano, organizzato viaggi per consumatori consapevoli. Tiene corsi a vari livelli e serate informative su questi temi, in particolare sull’orto-biologico. E’ stata ispettore tecnico per la BIOS (organismo certificatore agricoltura biologica) del Trentino.
Dal 1997 con l’IPRASE ha seguito in diverse scuole progetti di miglioramento e valorizzazione delle aree esterne per trasformarle in spazi verdi ricreativi e funzionali alla didattica e all’educazione ambientale e condotto corsi di aggiornamento per insegnanti sull’orto a scuola.
Ha collaborato a numerose iniziative editoriali in veste di autrice, consulente e traduttrice, per Vita Trentina, Giunti, Edagricole, WWF: “Naturalmente”(Vita Trentina 1988) – Agenda Vivinatura 1989 (Editrice Terra per L’uomo)- Il Calendario dell’orto biologico – 1990 Giunti FI) – Agenda Vivinatura 1990 (Giunti FI) – Compostaggio domestico (WWF Trento 1995)- I Rifiuti: un problema da affrontare insieme” (WWF Trento 1996) “Idee per un comune più verde” (WWF Trento 1998)- “ABC dell’orto biologico” (2000-2002-2012) Edagricole BO) – “Alice nel Paese dei veleni” (WWF Trento 2000).
Nel suo vasto orto-giardino sperimenta da molti anni i principi di una coltivazione secondo natura.
Fonte Storiedelbio.it
