Verso un’alleanza per un cibo giusto e un’agricoltura sana
Siamo in un contesto nazionale ed europeo attraversato da una multi-crisi che compromette la stabilità politica, economica, sociale e ambientale.
Le guerre, quelle reali e quelle agitate, provocano sofferenze immense e sottraggono risorse alle politiche di pace, di giustizia e di transizione ecologica.
Il cibo – i campi che lo coltivano, la sua produzione, il suo accesso, la sua qualità – è al centro di questa crisi: è vita, cultura, lavoro, salute, cura, sostenibilità ambientale e dei territori. È un diritto, non una variabile del mercato, un diritto che deve essere affermato anche formalmente dalle istituzioni europee.
Eppure, oggi il sistema agroalimentare collassa da due lati: chi produce non riesce più a vivere della propria terra, chi consuma fatica ad accedere a cibo sano e di qualità. La stessa digitalizzazione, per come viene interpretata, rende sempre più marginali i produttori agricoli e concentra nelle mani di pochi conoscenza e potere economico.
È un triplo fallimento: ambientale, agricolo e sociale. Una crisi che riguarda tutti: chi produce e chi mangia
• Le aziende agricole chiudono, soffocate da prezzi sottocosto, costi in crescita e concorrenza
sleale.
• Le persone faticano a permettersi cibo di qualità, costrette a inseguire offerte e prodotti di dubbia origine.
• Le disuguaglianze alimentari aumentano: la qualità del cibo dipende sempre più dal reddito, dal quartiere in cui si vive, dalla presenza o assenza di servizi.
• La crisi climatica, resa ancor più grave dallo stesso sistema di produzione agricolo intensivo, colpisce la produzione e, di conseguenza, la disponibilità e il prezzo del cibo.
• Le politiche pubbliche arretrano e la transizione ecologica viene attaccata proprio mentre sarebbe più necessaria, compresa la tutela della fertilità dei suoli e della biodiversità.
Il risultato è un sistema ingiusto da ogni lato: per chi lavora la terra, per chi si nutre, per chi è escluso.
Non esiste giustizia agricola senza giustizia alimentare.
Siamo stati relegati al ruolo di consumatori, come se la scelta allo scaffale potesse correggere i fallimenti del sistema.
Ma il cibo non è solo un acquisto: è una scelta politica, un diritto sociale, uno spazio di dignità, un territorio accogliente e sostenibile.
Una filiera giusta nasce da tre condizioni:
1. Redditi e diritti per chi produce.
2. Accesso equo al cibo sano per tutti.
3. Modelli agricoli che riparano, non distruggono, la Terra.
La giustizia alimentare tiene insieme queste tre dimensioni. Non c’è agricoltura giusta se il cibo buono è solo per chi può permetterselo. Non c’è diritto al cibo se chi lo produce è in perdita o fruttato. Non c’è giustizia con modelli di produzione agroindustriali che distruggono invece di salvaguardare risorse.
Cosa vogliamo costruire
Unire ciò che oggi è diviso. Fare del cibo il nuovo spazio di lotta condivisa.
Oggi ogni parte del sistema agroalimentare combatte la sua battaglia in solitudine: gli agricoltori chiedono reddito e tutele, le associazioni ambientaliste difendono la transizione, le reti sociali si occupano di povertà alimentare, i sindacati si concentrano sul lavoro e sui salari, i consumatori cercano trasparenza e qualità.
Tutti parlano di cibo, ma in bolle separate, incapaci di pesare sul piano politico generale.
Questa frammentazione indebolisce ogni singola battaglia.
Ed è parte della crisi più ampia che stiamo vivendo: una crisi di partecipazione, di fiducia, di futuro.
Lo si vede chiaramente: sempre più persone non vanno a votare, si sentono escluse, non rappresentate, tagliate fuori dalle scelte che riguardano la loro vita quotidiana — a partire dal cibo.
Terra Comune nasce per contribuire a ricucire queste fratture.
Perché il cibo è il terreno dove tutte le questioni fondamentali si intrecciano: reddito, salute, giustizia sociale, diritti del lavoro, clima, agroecologia, sostenibilità dei territori, partecipazione dei cittadini.
L’obiettivo non è creare un’altra sigla, ma costruire uno spazio comune e trasversale in cui attori diversi possano riconoscersi in un’agenda condivisa e incidere davvero.
Su cosa vogliamo concentrarci?
La prima battaglia è quella per un giusto prezzo del cibo, che non può più essere imposto da filiere sbilanciate e da un modello distributivo che concentra potere e margini nelle mani di pochi attori.
Un prezzo giusto deve garantire sostenibilità economica per chi produce e accessibilità per chi consuma, perché il prezzo è il primo luogo in cui si gioca la giustizia.
Accanto a questo, rivendichiamo una vera giustizia alimentare, che assicuri a tutte e tutti l’accesso a cibo sano, buono e sostenibile, indipendentemente dal reddito, dal territorio o dalle condizioni sociali. Non può esistere un sistema agricolo giusto se il cibo di qualità resta un privilegio per pochi:
il diritto al cibo è un diritto democratico.
Centrale è anche la battaglia per un reddito dignitoso per gli agricoltori, perché oggi troppi producono in perdita, schiacciati da costi crescenti, prezzi imposti dall’alto e pratiche sleali. Un
sistema che non garantisce reddito a chi lavora la terra è un sistema destinato al collasso.
Fondamentale è fermare il consumo del suolo, garantire l’accesso alla terra, favorire l’ingresso dei giovani in agricoltura e la moltiplicazione del numero delle aziende agricole.
Per questo chiediamo che la PAC, nelle sue attuali premesse e realizzazione cessi di esistere. Le risorse della PAC tornino ai piccoli agricoltori, a chi custodisce la biodiversità, tiene vivi i territori,
mantiene paesaggi e comunità. La politica agricola europea deve tornare ad essere uno strumento di equità e non di concentrazione.
Affermare concretamente le ragioni di una transizione agroecologica delle aziende agricole, degli allevamenti e dei territori, che metta al centro la tutela della fertilità naturale dei suoli, la biodiversità, la produzione di cibo sano, la dignità di ogni forma di vita, che valorizzi modelli come
l'agricoltura biologica e biodinamica.
Nello stesso tempo vogliamo rimettere al centro le politiche ambientali, perché non esiste futuro agricolo senza suoli vivi, acqua pulita, aria sana, biodiversità e territori sostenibili. La transizione ecologica non è un ostacolo: è l’unica strada per garantire cibo e lavoro alle prossime generazioni.
Vogliamo accendere un confronto su un tema che non si vuole affrontare in modo serio e condiviso: quello sugli allevamenti intensivi. Non per contrapporre città e campagne, o ambientalisti e agricoltori, ma per costruire un percorso realistico di superamento di un modello che non regge più né dal punto di vista climatico, né sanitario, né economico. La transizione va costruita con gli allevatori, e deve essere sostenuta da risorse, politiche e immaginando nuovi modelli.
Terra comune mette al centro anche la battaglia sui diritti del lavoro e contro il caporalato. Non accettiamo che parte del nostro cibo sia ancora prodotto attraverso sfruttamento, salari irrisori, ricattabilità e lavoro grigio o nero. Senza dignità del lavoro non può esistere alcuna giustizia del cibo. L’alleanza vuole sostenere politiche, controlli, contrattazione, trasparenza delle filiere e modelli produttivi che mettano fine a un sistema che colpisce i lavoratori più vulnerabili e degrada interi territori.
In una fase storica in cui la guerra torna a segnare le priorità politiche e ad assorbire risorse che dovrebbero andare alla cura dei territori e delle comunità, affermiamo con forza il principio terra, non guerra: le scelte pubbliche devono tornare a investire nella vita, non nella distruzione.

